Cenni di storia di Flaipano del prof. Romeo Crapiz

Cenni di storia di Flaipano del prof. Romeo Crapiz

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La vicina Flaipano poteva essere considerata quasi come il borgo principale di uno stesso paese formato da Flaipano e Pers.

I contatti fra gli abitanti delle due frazioni erano, a volte, più che giornalieri per molteplici ragioni.

Per oltre cento anni i luoghi di culto si trovavano soltanto a Flaipano per cui gli abitanti di Pers dovevano ivi recarsi per tutte le cerimonie religiose (battesimi, cresime, comunioni, matrimoni) ed anche per seppellire i propri morti fino agli inizi del ‘900 quando venne costruito il primo cimitero nella piccola frazione. Naturalmente il prete viveva a Flaipano per cui quando c’era qualche incombenza era necessario recarsi da lui. Solo saltuariamente il prete si recava a Pers per spiegare il catechismo ai più piccini.

Molto spesso nelle giornate festive, al mattino, i fedeli si recavano a Flaipano per assistere alla S.Messa e nel pomeriggio (dopo aver pranzato a Pers) ci ritornavano per partecipare ai vesperi.

Fino agli anni cinquanta Pers era priva di luoghi di aggregazione per cui chi voleva trascorrere qualche ora in compagnia, specialmente nei giorni festivi, non aveva altre alternative.

Le prime scuole elementari furono edificate a Flaipano ed anche altri servizi si trovavano esclusivamente a Flaipano.

A causa di queste continue frequentazioni parecchi giovani di Flaipano si sposarono con i vicini di Pers e viceversa.

La località è comunemente chiamata Flaipano ma il vero nome è Santa Maria Maddalena a sua volta composta da vari borghi: Flaipano (il più grosso), Frattins, Cretto di Sotto, Cretto di Sopra, Oussa, Mattion, Patuocina.

La prima citazione scritta del paese di Flaipano (Fayplano) risale al 13 Agosto 1276 su un documento relativo ad una lite delle comunità di Flaipano e Pers con Montenars. Secondo il glottologo Giovanni Frau invece la prima citazione risalirebbe al 1068 con il nome di Flaipanum. Si tratterebbe di una denominazione di origine romana, da Flavianum, che significa “terreno di proprietà” di un certo Flavius, secondo l’opinione di studiosi come Alessandro Wolf, Giovan Battista Pellegrini e Cornelio Desinan; essi ritengono che anche alcuni toponimi locali come Cjavàn e Ràuan derivino rispettivamente dai nomi propri romani Gavius e Ravius.

Questo vuol dire che a Flaipano c’è stato nei primi secoli dopo Cristo un insediamento romano? E’ probabile, perché secondo il già citato Desinan, là dove sopravvivono toponimi doppi del tutto diversi fra la forma  slava e friulana, come accade a Flaipano nel caso di Cretto/Podcras e Flaipano/Fjplàn, lì c’è stato prima un insediamento latino e poi successivamente uno slavo.

E presenze latine sono documentate anche archeologicamente in territori vicini al paese come Zomeais e Pers. A Zomeais, nei pressi dell’attuale cimitero, sono state rinvenute tracce di un complesso abitativo e una necropoli di età romana (che si sommano ai resti di abitazioni romane a Plan di Paluz, Villafredda, Fraelacco).

Ne’ bisogna scordare che per il territorio di Tarcento passava un’importante arteria romana, la Julia Augusta, che univa Cividale alla località Ad Silanos fra Artegna e Gemona. A Pers, invece, nel 1889 è stato rinvenuto un orecchino in bronzo a cappio del IV-V sec. d.C., indice della presenza di una popolazione, se non romana, romanizzata.

Questo però non vuol dire che i primi uomini a frequentare questi posti siano stati i Romani, perché la presenza sicura di un Castelliere (insediamento fortificato posto in posizione eminente e dominante per il controllo del territorio, costruito con robuste e alte mura a secco) sulle pendici sud del Monte Cjastelîr testimonia un insediamento risalente al minimo a cavallo del 1000 avanti Cristo da parte di popolazioni venetiche di stirpe indoeuropea.

C’è qualche probabilità che una costruzione tipo castelliere ci sia stata anche sul Monte Orièviza, vicino al Monte Stuba lungo la strada Flaipano-Stella, perché in quella zona si concentrano vari toponimi che fanno riferimento a “muri” e “sbarramenti”, come Ravìscja, Mièr, Zamièr, Ràpar, Stuba  stesso, che fra gli altri significati avrebbe anche quello di “porta”; anche se non sono visibili tracce archeologiche di queste muraglie, che sarebbero state disperse durante i lavori eseguiti per l’apertura della strada per Stella.

Questa non è un’ipotesi improbabile, perché un eventuale castelliere sul Monte Orièviza sarebbe stato collegato a vista con quello di Villanova delle Grotte-Vigant a Est e del Monte Cjastelîr a Ovest. E nel territorio di Flaipano si trova una traccia di toponomastica venetica nell’idronimo Potmàla e nel nome di luogo Zazùcula; mentre Rôja, Kras e Krìpia sarebbero addirittura termini di ascendenza preindoeuropea, e quindi risalenti a prima dell’anno 1000.

Dopo i Venetici, a partire dal 500 circa a.C. sarebbero passati di qua anche i Celti-carni, prima dei romani che occuparono il Friuli dal 181 a.C. e completarono la romanizzazione del territorio verso il II^ sec. d.C.; i Celti lasciarono tracce ad esempio nel toponimo Barza. Ma un’impronta decisa al territorio l’hanno data i Longobardi e gli Slavi.

I Longobardi governarono il Friuli dal 568 al 774 d.C. attraverso il Ducato del Friuli con capitale Cividale e lungo la linea collinare stabilirono dei castra, stanziamenti fortificati allo sbocco dei percorsi transalpini; erano i castra di Cormons, Nimis, Artegna, Gemona, Osoppo, Ragogna, Ibligo (Invillino).

Il castrum di Artegna aveva nel circondario un territorio con abitati longobardi a Montenars (arimannia, costituita da un gruppo di armati che si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento e , all’occorrenza, imbracciavano le armi) e a Plazzarîs (fara, gruppo familiare di pastori-guerrieri posto a controllo del territorio), mentre il Monte Faêt era attrezzato come luogo di rifugio fortificato in caso di attacchi militari ad Artegna.

L’altura denominata Uàita era utilizzata dai Longobardi come punto di vedetta per controllare tutta la Val Zimôr. Alle spalle della linea fortificata dei castra, a partire dal VI° sec. d.C., iniziarono a penetrare alla spicciolata e pacificamente, con il consenso dei Longobardi, gruppi di slavi provenienti in genere dalla Carniola Superiore (regione a Nord di Lubiana); così avvenne anche per la Valle del Torre e la Valle dello Zimôr; ecco perché la zona di Flaipano fu area continuativamente slavofona fino alla Seconda Guerra Mondiale (al censimento del 1901 a Flaipano 112 famiglie su 115 dichiararono di usare abitualmente in famiglia il dialetto slavo).

Le popolazioni slave lasciarono in questo territorio un’impronta nella lingua, nella toponomastica, negli usi, costumi, tradizioni, religiosità. Infatti anche la diffusione di un culto per S. Maria Maddalena, con l’omonima Chiesa probabilmente fondata attorno al 1000 d.C. se non prima ( è da ricordare che questi slavi immigrati si convertirono al Cristianesimo in contemporanea con i Longobardi a partire dagli inizi del 700 d.C.), è da ascriversi a queste popolazioni slave che hanno fondate chiese dedicate alla medesima Santa pure a Cergneu di Sotto, Gradiscutta in Canal di Grivò, Tribil di Sotto, Oblizza; esse evidentemente nutrivano una particolare devozione per questa santa. Ma anche i longobardi non disdegnavano questo culto, come dimostra le presenza di chiese dedicate a S. Maria Maddalena ad esempio a Invillino (Ibligo) e Orzano.

In concomitanza con un episodio militare risalente al 666 d.C., quando Varnerfrido, figlio del Duca longobardo di Cividale Lupo, estromesso dalla successione dopo la morte del padre, tentò di conquistare il trono con la forza alla testa di un esercito di slavi penetrato dal Passo di Tanamea e bloccato fortunosamente presso Nimis, forse i Longobardi di Artegna pensarono bene di spostare i confini del loro territorio dal crinale  del Monte Cuarnàn -  Monte Cjastilîr - Monte Uàita  al crinale Monte Duòu – Monte Ter – Monte Stuba – Monte Stella, stabilendo sul Monte Ter un osservatorio fortificato per controllare meglio i transiti lungo la Valle del Torre, zona da cui era provenuto il pericolo di Varnerfrido.

Risalirebbe a questa circostanza la costruzione di un sentiero selciato, in parte trincerato e in parte recintato, da Plazzarîs al Monte Ter, di cui a tratti si intravvedono ancora le tracce, e la costruzione del cosiddetto “ponte longobardo” in pietra sul Rio Potmàla sotto Ousa.

In questo modo la presenza longobarda nella Valle dello Zimôr si rafforzò, e questo spiegherebbe la presenza di tracce longobarde anche nella toponomastica, come Bràida, Bardo, Pod-Band, Pod-cjan-dolìna, Lanta, Farivàlt, la tradizione secondo cui nella borgata di Ousa ci sarebbe stata una “casa longobarda” e il ritrovamento nella stessa località di una punta di lancia longobarda.

Dopo la caduta dei Longobardi questo territorio attraversò, assieme a tutto il Friuli, le vicissitudini della dominazione dei Franchi (776 – 952 d.C.) e delle contemporanee incursioni di Avari, Ungari e Slavi, che forse ebbero qualche ripercussione anche in queste località appartate, usate molto probabilmente quale luogo di rifugio temporaneo dagli abitanti della pianura. E mentre queste vicende passavano sulle loro teste, gli slavi della Val Zimôr disboscavano, bonificavano i terreni per piegarli alle culture, al pascolo e alla fienagione; terrazzavano fittamente con muretti a secco i pendii per ricavare miseri campicelli.

Al dominio dei Franchi succedette quello degli imperatori tedeschi del casato di Sassonia, sotto i quali si consolidò in Friuli il sistema feudale introdotto dai Franchi, e quando nel 1077 si instaurò il Patriarcato di Aquileia che amministrò le sue terre attraverso i feudatari, Flaipano, assieme a Montenars e Pers, divenne feudo dapprima di alcuni Signori che possedevano il Castello di Ravistagno a S.Giorgio di Montenars, poi  esclusivamente, tranne certi periodi di condivisione con alcuni Signori di Gemona agli inizi del 1400, dei Signori Di Prampero di Magnano in Riviera dal 1287 al 1797.

Questi Signori, detti “di Prampero e di Ravistagno”, erano i reali proprietari delle terre che gli abitanti di Flaipano occupavano, e quindi esigevano da essi le tasse, imponevano obblighi vari, anche di servizio militare, ed esercitavano la giustizia civile e penale su tutti. Anche quando il Friuli, alla caduta del Patriarcato nel 1420 passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, i Signori Di Prampero continuarono ad essere i feudatari di queste terre, anche se col tempo dovettero addolcire alcune delle loro imposizioni, come quando a partire dalla seconda metà del 1400 dovettero rinunciare ad esigere tributi da queste popolazioni di montagna perché troppo miserabili o delegarono alle assemblee dei capifamiglia (vicinie) alcune funzioni amministrative e decisionali oppure deferirono a un Vicecapitano di Montenars il potere di giudicare di alcuni reati minori.

Anche a Flaipano i capifamiglia si riunivano periodicamente (la tradizione dice all’ombra del Costagnàt, un grande castagno secolare in Borgo Frattìns) per eleggere un “capovillaggio” (degàn) e per assumere decisioni nell’interesse comune o per inoltrare lamentele e richieste varie.

E’ da ricordare che i Di Prampero esercitarono per almeno quattro secoli anche il controllo sulla Fiera annuale di S. Maria Maddalena il 22 di luglio, esigendo tributi dai mercanti locali e forestieri e mantenendo l’ordine pubblico, e avevano il diritto di sfruttare in esclusiva alcune zone boschive dette “Bandite” (Podbànt, Podbàndecj, Podcjandolìna).

Durante il periodo del dominio veneziano (1420–1797) la condizione di miseria e di sudditanza dei Fleipanesi non cambiò di molto, anche se il governo lagunare tentò di dare più sollievo ai contadini rispetto alle angherie dei nobili.

Però nel corso del 1600 qualcosa iniziò a cambiare in meglio, con la diffusione del mais, -  che sostituì le misere polentine di grano saraceno, miglio e fave – della patata, della piantagione di castagni e gelsi a cui si legò l’uso alimentare della castagna e l’allevamento del baco da seta.

Risalivano a questo secolo alcune delle più vecchie case in muratura delle borgate di Flaipano, con tracce di copertura non in coppi ma lastre di pietra. Risale a quest’epoca (1644) anche un molino (Molino Crapiz) sito sulla sponda destra del Torrente Vedronza quasi dirimpetto al successivo Molino di Chechecj.

Ma un’autentica espansione edilizia si registrò solamente nel 1700 poiché nelle mappe catastali napoleoniche del 1813 il numero di edifici nei vari borghi non si discosta di molto dalla situazione pre-terremoto del 1976. A metà ‘700 gli abitanti di Flaipano procedettero anche a un primo ampliamento della loro chiesetta e poterono godere della presenza di un altro molino, Molino Cruder, sul Rio Labòscja poco prima della confluenza con il Rio Potmàla.

Quanto alla situazione demografica, agli inizi della dominazione veneta si può calcolare che in paese ci fossero meno di 100 abitanti mentre verso la metà del 1700 ce n’erano più di 250. Non c’erano strade ma solo poche mulattiere e sentieri impervi; anche i collegamenti con Montenars erano fortemente disagevoli; una strada carrareccia fu aperta solamente nel corso del 1800.

Dal punto di vista religioso la cura delle anime fu prerogativa dapprima della Pieve di Artegna, fino alla metà del 1400, poi dei parroci di Sant’Elena di Montenars che la esercitavano mediante cappellani che possibilmente conoscessero il dialetto slavo e che si recavano a Flaipano di mattina presto in giornate stabilite per celebrare la messa, impartire i sacramenti e istruire nella dottrina cristiana.

Era un servizio non sempre eseguito con la necessaria diligenza e puntualità, e di questo gli abitanti si lamentarono molto di frequente; tanto più che per le funzioni più importanti come Battesimi, Matrimoni, sepoltura dei morti, Messa di mezzanotte a Natale erano costretti a recarsi a Montenars.

Solamente dal 1845, dopo aver costruito a loro spese una Canonica, ebbero un cappellano residenziale a loro disposizione e soltanto nel 1920 la comunità cristiana di Flaipano si rese indipendente dalla Parrocchia di Sant’ Elena divenendo Vicaria indipendente; divenne infine Parrocchia nel 1946.

Con la presenza fissa di un sacerdote si avviò anche la possibilità per i bambini di godere di qualche rudimento di istruzione elementare, prima che questo compito fosse assunto dallo Stato italiano dopo il 1866.

Dopo una parentesi, fra il 1805 e il 1913, di dipendenza del Friuli dall’Impero napoleonico, anche il nostro territorio venne annesso, fino al 1866, all’impero austriaco. In questa breve parentesi di dominio francese venne abolito il sistema feudale con tutti i suoi privilegi, il governo dei territori si imperniò sull’istituto del Comune, vennero ripartiti fra i privati i pascoli comunitari e i terreni della Chiesa, venne realizzato un censimento generale delle proprietà che confluì nella redazione nel 1813 delle mappe catastali dette “napoleoniche” che descrivono nel dettaglio la situazione abitativa e dei terreni: tutte queste cose interessarono direttamente anche Flaipano.

Grazie al governo napoleonico nel 1810 Flaipano ebbe anche il suo primo cimitero attorno alla Chiesa; il primo ad esservi seppellito fu un bambino di 5 anni, Moro Giovanni di Domenico.

Dal 1813 al 1866 i Fleipanesi furono dunque sudditi dell’Imperatore d’Austria e Ungheria. Tradizionalmente si ammette che il governo dell’Austria sia stato efficiente, moderno e razionale sotto il profilo amministrativo, e di questa efficienza godettero i frutti anche le popolazioni di qui, che, seppur in mezzo a dure carestie o epidemie di colera che punteggiarono la prima metà del secolo, aumentarono di numero (nel 1850 a Flaipano c’erano circa 350 abitanti) e fra il 1840 e il 1858 furono capaci di ampliare nuovamente la loro Chiesa portandola alle notevoli dimensioni del pre-terremoto (lunghezza m.25, larghezza m.10), di costruire negli anni 1842-44 una Canonica di 10 vani con orto annesso e di apprestare subito dopo il 1850 un nuovo cimitero là dove in seguito, nel 1891, fu innalzato il primo campanile.

Sul Torrente Zimôr entrò in funzione un altro molino in sostituzione del precedente, il Molino Molaro, e un altro ancora, il Molino Lèndar, fu costruito in località Pocornàn sul Rio Potmàla. L’economia si fondava sull’agricoltura, la pastorizia, l’allevamento dei bachi e lo sfruttamento del bosco: si devolveva al sacerdote sorgo, frumento, fagioli, lana, burro e legna oltre che soldi per il servizio scolastico che svolgeva.

Questo relativo benessere che si intravvede fu dovuto in gran parte alle rimesse degli emigranti; infatti l’emigrazione, che nei primi anni del secolo si manifestò come fenomeno contenuto e diretto per lo più verso il Friuli orientale, Trieste e l’Istria, territori che allora si unirono al Friuli sotto la comune bandiera austriaca, verso la metà del 1800 divenne più consistente e si allargò all’Austria, Ungheria, Croazia, Veneto; ad emigrare erano dapprima inservienti, facchini, norcini, filatrici di seta, poi anche muratori, falegnami, scalpellini, fornaciai.

In proposito c’è una testimonianza curiosa fornita da Giandomenico Ciconi nel 1845, secondo cui da Montenars (e quindi assai probabilmente anche da Flaipano) partivano delle persone che andavano a vendere castagne fino a Vienna.

Nel 1866 gli abitanti di Flaipano, con l’annessione del Friuli al Regno d’Italia, diventarono “italiani” e cittadini del Comune di Montenars, inizialmente senza grandi vantaggi in termini di benessere materiale: ci fu l’obbligo del servizio militare e la tassa sul macinato ad esempio.

Ma l’allevamento del baco da seta, la produzione casearia e quella agricola permisero tuttavia la sussistenza: si allevavano bovini, pecore e capre che venivano portate al pascolo sulle montagne di Musi, e galline; si coltivavano cereali, fagioli, patate, rape; si raccoglievano castagne e ciliegie per rivenderle e si praticava l’uccellagione; quando un padre battezzava per la prima volta un figlio poteva permettersi anche di donare alla Chiesa un capretto.

La produzione di vino (Bacò, Clinto, Fragola) era limitata al consumo familiare; solo poche famiglie di Cretto di Sopra e di Sotto producevano vino in esubero e quindi lo vendevano. I collegamenti con Montenars erano garantiti da una strada carrareccia che raggiungeva Frattìns e permetteva lo smercio di fieno e legname. Questi venivano indirizzati anche verso Tarcento dopo che Arturo Malignani a fine ‘800 aprì una carrareccia da Zomeais al Rio Reania per sfruttare i giacimenti di marna sul Rio Zimôr e trarne cemento per la costruzione della diga di Cròsis nell’apposito opificio eretto alla confluenza fra il Rio Reania e il Torrente Zimôr.

C’erano due osterie: quella di “Jacob” a Flaipano ed una a Cretto di sotto. Il paesaggio si arricchiva di stavoli (casòns) presso i quali si trasferivano nel periodo estivo le mucche, le pecore e le galline e anche, in qualche caso, alcuni membri della famiglia.

Però ancora una volta fu l’emigrazione l’autentica àncora di salvezza dinanzi al malessere economico. Complici l’avvio di grossi lavori pubblici in Italia e in Europa ed il diffuso processo di industrializzazione un po’ ovunque, si incrementò l’emigrazione stagionale verso le Regioni d’Italia, ma soprattutto verso la Germania, Ungheria, Romania, Bosnia, Serbia, Svizzera e Russia (Siberia) e comparve anche un’emigrazione permanente verso l’Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti; Colonia Caroya, Resistencia, Avellaneda e S. Benito in Argentina nacquero e si svilupparono anche grazie all’apporto di molti emigranti di Montenars e Flaipano.

Nonostante questo drenaggio la popolazione aumentò via via raggiungendo le 500 unità alle soglie del 1900. Non paghi di aver eretto ed abbellito una grande Chiesa, gli abitanti di Flaipano nel 1891 portarono a termine – come si è detto -  anche un campanile, in pietra scalpellata, alto più di 40 metri e fornito di 3 grosse campane più una piccola; contribuirono poi nel 1900–1901 all’erezione della Cappella del Redentore sulla cima del Cuarnan:  i giovani e le ragazze del posto, ogni Domenica dopo il Vespero nella bella stagione caricavano nel Torrente Vedronza una gerla di sabbia e la portavano su fino a quota 1372 del monte.

Nel contempo i bambini del posto poterono godere dell’istruzione elementare impartita da maestri statali; agli inizi del secolo il paese fu dotato di un edificio scolastico apposito denominato Scuola Elementare “Niccolò Tommaseo”.

La I^ Guerra mondiale interruppe questo corso favorevole; il paese pagò un grosso tributo di sangue con 16 caduti su circa 500 abitanti, perse le sue campane che dopo Caporetto furono asportate dagli austriaci nell’estate del 1918, subì razzie dalle truppe austroungariche, non poté più godere della valvola di sfogo dell’emigrazione verso i paesi tedeschi diventati nemici.

Nello specifico, durante la guerra il paese visse appartato le vicende belliche eccetto che nel frangente della rotta ci Caporetto nel 1917 quando, il 29 ottobre, fu attraversato sotto la pioggia battente da colonne di soldati austroungarici che praticamente senza colpo ferire si diressero verso Montenars-Artegna-Gemona; ci fu soltanto uno scambio di fucilate con uno sparuto presidio italiano che per poche ore si era installato nel vecchio cimitero di Santa Maria Maddalena e poi si era prontamente ritirato.

Gli apprestamenti militari prebellici sul Monte Cjampeòn con postazioni di artiglieria non vennero utilizzati perché al momento risultarono disarmati e sul Monte Stuba, fra Flaipano e Stella, dove era stato predisposto uno spazio per le artiglierie, non fu mai piazzato alcun cannone. Sicchè la zona era del tutto sguarnita e perfettamente permeabile.

Il periodo fra le due guerre fu duro, per la mancanza di lavoro e perché bisognò risollevarsi da una crisi economica di vasta portata; tuttavia ancora soprattutto grazie all’emigrazione la comunità sopportò abbastanza bene la congiuntura sfavorevole.

Però si dovettero scegliere altre mete, perché l’esito della guerra aveva reso impraticabili le strade tradizionali: ci si indirizzò verso la Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera e ancora l’Argentina, Stati Uniti, Canada; quanto all’emigrazione interna, le mete erano Milano, Torino, Genova, Firenze, Venezia Giulia e Trentino.

Molte erano le donne, che andavano a fare le domestiche in case private o le cameriere negli alberghi; quelle che emigravano in Francia, quando tornavano tenevano un comportamento “non sempre buono” a detta dei sacerdoti.

Sempre nelle relazioni dei sacerdoti si legge che nel 1921 nella Parrocchia, che comprendeva Flaipano e Pers, c’erano circa 250 emigranti fra temporanei e permanenti, nel 1926 circa 300 e nel 1940 erano 327.

Nel 1931–32 tre famiglie si imbarcarono ed andarono a coltivare le campagne della Cirenaica in Libia.  Nonostante la durezza dei tempi nel ventennio 1920–40 la popolazione fu sempre oltre la quota 500: nel 1926 si contavano 630 abitanti e nel 1940 si sfiorarono i 700.

Nel 1927 fu inaugurata una Latteria Turnaria nella Borgata di Frattìns che, dopo un avvio polemico con le borgate di Cretto di Sotto e Sopra che continuavano ad avvalersi di un loro caseificio, divenne unitaria.

Nello stesso periodo erano in funzione tre molini, Molaro, Lèndar, Chechecj, e tre osterie, Làzar, Stel, Jacob. Alcuni giovani del posto continuavano gli studi oltre la licenza elementare.  Nel 1935 fu eretta nei pressi della Canonica una Cappella dedicata a S. Giovanni Bosco.

Nel 1929 la frazione fu aggregata, assieme a Montenars, al Comune di Artegna e vi rimase fino al  1947 quando fu ricostituito il Comune di Montenars. Ma il desiderio degli abitanti, specie quelli di Cretto di Sotto e di Sopra, fu sempre quello di aggregarsi a Tarcento.

Arrivò la II^ Guerra mondiale e la gioventù del luogo partì massicciamente per la guerra; furono in gran parte Alpini, alcuni dei quali morirono o furono dispersi sui vari teatri del conflitto: 8 persone in totale. Dopo l’8 settembre del 1943 la zona di Flaipano fu  interessata molto da vicino dalla “guerra partigiana”: vi agirono le Brigate Garibaldine, con importanti basi e capisaldi.

Questo comportò requisizioni di derrate alimentari, rappresaglie dei nazisti e morte di 2 civili, incendi di case, presenza di cosacchi. Il parroco di allora, don Giuseppe Grillo, sospettato di intese con i partigiani, il 14 dicembre 1943 venne arrestato e imprigionato per alcuni mesi in Via Spalato a Udine.

Nel II° dopoguerra si verificò una massiccia migrazione dapprima temporanea e poi permanente verso la Francia, la Svizzera, il Belgio, più tardi la Germania, e verso le maggiori città industriali dell’Italia come Milano e Genova; dapprima partirono i capifamiglia e poi famiglie intere si trasferirono in questi paesi e città.

Alcuni non andarono molto lontano (Tarcento, Tricesimo, Artegna, Montenars, Gemona, Udine) ma Flaipano andava via via spopolandosi, nonostante che si aprissero nuovi esercizi commerciali (negozi di alimentari e osterie, perfino un piccolo albergo-ristorante) e migliorassero le comunicazioni con l’apertura e l’asfaltatura di strade verso Tarcento (1979-80), Stella–Tarcento (1969), Montenars.

La scuola elementare perdeva sempre più allievi, finché fu chiusa nel 1963. Nel 1961 fu trasferito l’ultimo parroco residente, Don Luigi Bellaminutti, e fu chiusa anche la Canonica; si interruppe l’attività del Circolo A.C.L.I., con relativo spaccio di bevande e alimentari, si chiusero le stalle ad una ad una e cessò l’attività della latteria.

La popolazione attiva era sempre più vecchia. Nel 1959 c’erano 294 abitanti, di cui 149 erano emigranti;  nel 1966 si erano ridotti a 90. Al momento del terremoto del 1976 i residenti erano una cinquantina.

L’evento simico diede il colpo di grazia a questa condizione di declino. Non ci furono vittime in paese, ma il patrimonio edilizio, sia civile che religioso, sia pubblico che privato, ne uscì gravemente compromesso, tanto che si provvide ad una totale demolizione di esso primo di procedere ad una parziale ricostruzione.

L’ambiente dopo il terremoto risulta del tutto cambiato nei suoi tratti architettonici, paesaggistici, demografici, umani, linguistici, relazionali: niente più case tradizionali né stalle né stavoli, niente più Chiesa di Santa Maria Maddalena, Scuola, Cappella di Don Bosco, cimitero, campanile con le campane; solamente queste ultime tre costruzioni furono riedificate rispettivamente nel 1977, 1980, 1991, ma per il resto si ricostruì in ordine sparso e secondo nuove tipologie architettoniche che hanno stravolto il paesaggio precedente.

Anche l’unica osteria che continuò ad esistere per alcuni anni dopo il terremoto ad un certo punto cessò l’attività. La coltivazione dei campi e lo sfalcio dei prati è cessato e il bosco è avanzato inesorabilmente a ricoprire e cancellare tutte le opere e le fatiche di generazioni e generazioni di antenati; esso attualmente però costituisce l’unica attività economica sopravvissuta, accanto ad un bed and breakfast di nuova istituzione.

La popolazione si è ridotta continuamente e conta all’anno 2017 solo una trentina di unità, di cui soltanto 5-6 sono gli autoctoni; gli altri sono dei “nuovi venuti” che non hanno radici in questi luoghi. I discendenti degli emigranti non vengono più a visitare il paese in assenza delle loro dimore avite e di conoscenti o parenti.

Nessuno parla più e neanche capisce il dialetto slavo che una volta qui si usava e il senso di appartenenza è venuto meno; mancano spazi di socializzazione e aumenta la solitudine e l’incomunicabilità.

 L’agonia di un mondo si è già compiuta. Si è chiusa inesorabilmente una pagina di storia.

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