Comune di Montenars

Comune di Montenars

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Montenars è un Comune montano situato, in massima parte, nella conca valliva

formata da un ramo del Fiume Ledra (con disposizione sud-ovest nord-est), chiusa a nord dal massiccio del Monte Cuarnan (mt. 1372) e a sud da quello dei Monti Faeit e Cjampeón. Confina con i Comuni di Lusevera, Gemona del Friuli, Artegna, Magnano in Riviera e Tarcento.

 Il territorio del comune risulta compreso tra i 240 e i 1.372 metri sul livello del mare ed è diviso, attualmente, in tre principali contrade, in ordine: San Giorgio, Sant'Elena, Santa Maria Maddalena, a loro volta comprensive di numerosi borghi e frazioni. Fino al 1959 comprendeva naturalmente anche Pers. La sede comunale si trova in Borgo Isola a Sant'Elena. Il significato del toponimo, documentato in passato anche nella forma Montenario, non è certo: affianco alla derivazione da Montanarius, abitante di montagna, comunemente proposta, pare piuttosto vada valorizzata la finale "-ars", presente in altri toponimi (Gon-ars, Beiv-ars, Rutt-ars) e parrebbe stare ad indicare un'arimannia longobarda, forse di montagna, contrapposta a quella di Artegna posta a valle.

 Il territorio comunale fu pesantemente colpito dalle disastrose scosse del terremoto del 1976, il cui epicentro fu nei pressi di quest'area, e che causò qui 35 vittime e ingenti danni al patrimonio. Oggi, gran parte delle strutture sono state ricostruite e recuperate. «In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, morale ed economico. Splendido esempio di valore civico e d'alto senso del dovere, meritevole dell'ammirazione e della riconoscenza della Nazione tutta.»

 Le prime fonti scritte che riguardano il Comune di Montenars risalgono al 1270. Su uno sperone roccioso a strapiombo sul Torrente Orvenco, esistono ancora i ruderi del castello di Rabenstein (tedesco-Rovistagno). Di probabile origine preistorica, fu riutilizzato in età barbarica e faceva parte con ogni probabilità del sistema difensivo legato al castrum di Artegna, citato da Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum. Nel 1287, il castello passò dai signori di Varmo alla famiglia Di Prampero, divenendo feudo di questa casata. L'investitura fu concessa dal Patriarca di Aquileia e riconfermata, successivamente, dalla Repubblica di Venezia, dopo il 1420. La toponomastica rivela la passata esistenza, sulle propaggini est del Monte Cjampeón, di un castelliere preistorico.

 Nel Comune di Montenars è attestata la presenza di un'arimannia longobarda. Le arimannie furono dei piccoli presidi misti o colonie, affidate ad un "arimanno" (in longobardo: uomo libero, uomo dell'esercito) e costituite da personale militare e civile, raggruppato in famiglie (Fare) dipendenti direttamente dal Duca. A coloro che restavano nelle Arimannie con le famiglie, veniva concessa la "terra fiscale" da coltivare e con cui sopravvivere. L'unità di misura era il "manso" (superficie di terreno che una famiglia di coloni poteva coltivare annualmente con una coppia dì buoi e con un solo aratro). Le "arimannie" furono costituite accanto alle città romane, probabilmente per contenere ogni velleità di ribellione dei romani sopravvissuti all'invasione.

 Le prime popolazioni che occuparono queste zone erano probabilmente venetiche di stirpe indoeuropea. Successivamente sarebbero passati di qua anche i Celto.carni a partire dal 500 circa a.c., prima dei romani che occuparono il Friuli a partire dal 181 a.c. e completarono la romanizzazione del territorio verso il II sec. d.c.. Ma un’impronta decisa al territorio l’hanno data i Longobardi e gli Slavi.

 I Longobardi governarono il Friuli dal 568 al 774 d.c. attraverso il Ducato del Friuli con capitale Cividale e lungo la linea collinare stabilirono dei castra, stazionamenti fortificati allo sbocco dei percorsi transalpini; erano i castra di Cormons, Nimis, Artegna, Gemona, Osoppo, Ragogna, Ibligo (Invillino). Alle spalle della linea fortificata dei castra a partire dal VI° sec. d.c. iniziarono a penetrare alla spiccilata e pacificamente, con il consenso dei Lungobardi, gruppi di slavi provenineti in genere dalla Corniola Superiore (regione a nord di Lubiana) che colonizzarono queste aree. 

 Il dominio dei Longobardi terminò nel 774 d.c. quando il Papa chiamò in soccorso i Franchi di Carlo Magno che assediata Pavia sconfisse definitivamente i Longobardi, proclamandosi loro re: si interruppe così, bruscamente e violentemente, un lento processo storico di identificazione nazionale friulana. Per il Friuli non cambiò nulla, se non il padrone, poiché nel frattempo Longobardi e locali si mescolarono e vissero in pace e gli ordinamenti sociali restarono immutati. I Duchi longobardi vennero sostituiti dai Marchesi e dai Conti franchi. Nell'888 terminò la dinastia carolingia ed il Regno d'Italia dei Franchi ed il Friuli cadde nel caos. Tra il 899 ed il 942 il Friuli venne più volte invaso dagli Ungari, bande di predoni di origine uralica, provenienti dalla regione danubiana, che distrussero e razziarono tutto, accreditandosi una fama peggiore degli Unni di Attila. Moltissimi documenti e codici antichi andarono persi o vennero distrutti. Il Friuli, devastato e spopolato, venne assoggettato alla Marca di Verona diventando una semplice Contea, priva di peso politico ed economico.

 L'imperatore di Germania Ottone I, incoronato dal Papa in San Pietro nel 962, sostituì in Italia i Franchi, dando origine al "Sacrum Romanum Imperium Nationis Germanicae", che dominò la storia di tutto il Medio Evo europeo. Egli riuscì finalmente a sconfiggere definitivamente gli Ungari ad Ausburg ed incominciò a pensare di risolvere il grosso problema dell'indifeso Friuli (già allora importantissima cerniera fra il Nord e l'Italia e terra di passaggio di tante invasioni), che aveva come unico referente il Patriarca di Aquileia, la sola autorità credibile rimasta. Così l'imperatore Ottone I, con una solenne investitura, mise nelle mani del Patriarca di Aquileia, Rodoaldo, tutta la terra friulana compresa tra la Stradalta ed il mare.

 Da questo momento il Patriarca aquileiese provvide a far ripopolare le campagne e le valli, rese quasi deserte, con l'insediamento di nuove famiglie di coloni (parecchie di origine slava), e con l'ausilio dei monaci, riordinò anche la vita religiosa nei villaggi. Questi coloni abbatterono vasti tratti di bosco per costruire nuovi villaggi e risistemarono muraglie e difese. Le loro condizioni erano però gravate da moltissime restrizioni feudali: non potevano abbandonare i terreni che coltivavano, né cedere il loro diritto di risiedervi ad altri, né potevano liberamente disporre per testamento dei loro beni, perché il proprietario aveva un diritto prevalente su di essi. Quasi sempre il proprietario dei terreni era il medesimo signore feudale che aveva giurisdizione sia sulle terre che sugli abitanti, che da lui venivano giudicati penalmente. Se poi si trattava di beni ecclesiastici queste condizioni duravano per secoli. Potrebbe essere questo il periodo storico che ha dato vita a Pers ed anche Flaipano.

     Artegna, già antico centro di culto cristiano, attivo anteriormente al Mille, venne smembrato da Gemona diventando essa stessa Pieve, cioè un nucleo ecclesiale con la sua chiesa battesimale, posta sul colle di San Martino, che dava sede officiante fissa al sacerdote responsabile della cura d'anime chiamato "Pievano" ed a altri religiosi incaricati del servizio liturgico nelle chiesette filiali. Al Pievano di Artegna spettavano i battesimi, i matrimoni e i funerali; e dato che per un certo periodo di tempo l'unico battistero ed il solo cimitero furono quelli della Pieve, questa diventò il punto d'unione anche per la comunità cristiana sparsa nelle ville vicine che doveva accedere alla Pieve per i sacramenti essenziali e per tutte le altre solennità liturgiche più importanti.

     Il Friuli e la Carnia entrarono a far parte dello Stato Patriarchino Aquileiese. Sorto ufficialmente nel 1077 come "Patria del Friuli" per opera dell'imperatore tedesco Enrico IV, esso presentava i caratteri di uno stato feudale di stampo germanico, a capo del quale vi era un Principe-Vescovo, il Patriarca di Aquileia. Questi, dal punto di vista politico, era ghibellino e direttamente legato all'Imperatore tedesco, come vassallo, mediante l'investitura feudale con la spada, che avveniva in Civitas Austriae-Cividale. Dal punto di vista ecclesiastico dipendeva dal Papa di Roma, che lo consacrava, tramite il Legato Pontificio, con l'imposizione del pallio, cerimonia che si svolgeva nella Basilica di Aquileia. Questa duplicità di legittimazione dell'autorità fu, anche per il Patriarcato, una delle principali cause delle continue lotte per le investiture che videro gli imperiali da un lato e gli alleati del Papa dall'altro. Il primo periodo dello Stato Patriarchino (1077-1251), fu caratterizzato da una politica nettamente ghibellina, con Patriarchi tedeschi di assoluta fedeltà imperiale, e fu il periodo di maggiore splendore e di relativo benessere per il Friuli e la Carnia, che si identificavano nella Patria del Friuli.

     Nel 1247 il Friuli udinese venne diviso in quattro Arcidiaconati: Superiore, Inferiore, Carnia e Cividale. La Pieve di Artegna, che comprendeva anche Montenars, venne inclusa nell'Arcidiaconato superiore che comprendeva oltre ad Artegna anche Buja, Gemona, Nimis, Tarcento. Nel 1247 la Pieve di Artegna era molto estesa ed aveva giurisdizione su quattro castelli e dodici ville:Artegna, Zegliacco, Zeglianutto, Treppo Grande, Bueriis, Billerio, Prampero, Magnano, Longeriacco, Montenars, Flaipano e Sclavons (che secondo G.Baldissera potrebbe essere rappresentata dai casolari di Pers e di Sgarban che erano abitati puramente da famiglie slave. I castelli erano: Rovistagno a Montenars, Prampero a Magnano, Zegliacco, la rocca d'Artegna sul colle di S.Martino. Il secondo periodo (1251-1420), quello dei Patriarchi guelfi, di origine generalmente italiana, fautori di una politica di alleanze diverse, di lento distacco dall'Imperatore e di allineamento alla politica papalina, rappresentò il periodo del progressivo svilimento del Patriarcato, che iniziò così la propria parabola discendente.

     Lo Stato Patriarchino durò ben 343 anni, durante i quali il Friuli conobbe un periodo di discreta autonomia e indipendenza. Il latino ecclesiastico fu la lingua ufficiale per ogni documento ed atto pubblico; il tedesco fu l'idioma delle classi altolocate e della corte del Principe-Vescovo mentre il friulano, pur iniziando in questo periodo ad avere dignità letteraria era l'espressione del popolo. Ogni comunità locale intratteneva rapporti peculiari con l'autorità del Patriarca, il quale concedeva ampi e diversi spazi di autonomia, in relazione alla situazione geo-politica locale. Il Patriarca governava, civilmente, mediante un Luogotenente, che dimorava a Udine, i Gastaldi (come a Tolmezzo, Cividale, Fagagna, Artegna e Buja), i Capitani nei Quartieri; i Gismani (dal tedesco Dienst-mann, uomo di servizio, ministeriale) dislocati nei castelli e fortificazioni lontani. Quest'ultimi avevano l'obbligo di vassallaggio nei confronti del Patriarca e di fornire ognuno, in tempo di guerra, tre uomini armati a cavallo.

     Le Gastaldie di Artegna e Buja rimasero in attività fino al 22 novembre 1349, quando vennero incorporate dal Patriarca nel Capitanato di Gemona. Montenars dipendeva invece da sempre dal Capitano patriarcale di Gemona, che veniva periodicamente nominato sotto la giurisdicenza dei conti di Prampero e di Ravistagno. Gli abitanti dei vari villaggi si organizzavano in Vicinia (dal latino "vicus" villaggio o paese, da cui "vicilla" piccolo paese, che poi si contrae in "villa"), presieduta da un Meriga (o Degano-Dean), il quale presiedeva l'assemblea (Arengo) ogni volta che ne ravvisava la necessità. Si eleggevano anche due Giurati che avevano il compito di coadiuvare il Meriga; si sceglievano pure “Armentarius" ed il "Porcarius" cui veniva affidata l'incombenza di vigilare le comuni greggi e le mandrie al pascolo. Le Vicinie concorrevano a formare il Quartiere, presieduto dal Capitano, eletto dai Megighi delle varie Vicinie adunati in assemblea di Quartiere (Comandaria). Ogni Quartiere manteneva delle Cernide (milizie armate locali). Tali istituzioni durano immutate fino all'avvento napoleonico.

     Risalivano al 24 aprile del 1373 i primi Statuti di Montenars, che riguardavano la competenza del giudizio, le norme di procedura, la tipologia dei reati minori, come l'occupazione dei beni altrui, le percosse senza spargimento di sangue, le minacce con armi o senza ingiurie e la violazione di domicilio. Probabilmente, già nel '400 avanzato il fortilizio di Ravistagno era già in stato d'abbandono.

     Lo Stato Patriarchino cessò di esistere nel 1420, per opera delle Repubblica Veneta, che mal ne sopportava la concorrenzialità economica e politica. Venezia, dopo decennali provocazioni e con il tacito appoggio del Papato, sfruttando abilmente le discordie tra i nobili friulani ed alleandosi, anzi, con alcuni di essi (i Savorgnan di Udine e i Di Prampero) occupò tutto il Friuli, in poche settimane, con una guerra di efferata crudeltà, approfittando anche dell'assenza del Patriarca, Lodovico di Tech, recatosi in Ungheria a cercare aiuti. Vano risultò ogni suo successivo tentativo militare di riconquistare la Patria del Friuli, caduta definitivamente nelle mani di Venezia. Il Patriarcato di Aquileia, ridotto grandemente anche nella sua giurisdizione episcopale, continuò esclusivamente la sua attività ecclesiastica per altri 331 anni, con patriarchi esclusivamente facenti parte delle grandi famiglie patrizie veneziane (Grimani, Barbaro, Gradenigo, Delfino), fino al 1751, quando il Patriarcato di Aquileia venne definitivamente soppresso.

     La Serenissima lasciò pressoché inalterati gli ordinamenti patriarchini. Verso il 1580, al Parlamento della Patria venne affiancata una nuova istituzione, la "Contadinanza", espressione autonoma degli uomini della terra. Entrambe queste Istituzioni vennero però progressivamente svuotate di ogni reale potere e sottomesse al Luogotenente veneziano, che dimorò nel castello di Udine e che veniva avvicendato dapprima ogni anno, poi ogni 16 mesi. Vennero così sottratti cospicui diritti alla Patria del Friuli: politici, economici, i tribunali d'appello. La Vicinia costituì un'istituzione relativamente chiusa, per essere ammessi alla quale i nuovi venuti dovevano dare prova di serietà, laboriosità e soprattutto dovevano versare una quota concordata per usufruire di tutte le opportunità del luogo (usi civici). Chi non veniva ammesso alla Vicinia, rimaneva "foresto" e non godeva dei diritti dei Vicini e addirittura, quando moriva, veniva sepolto in una zona separata da quella riservata agli originari del posto.

     Il 3 maggio 1797 Napoleone dichiarò pretestuosamente guerra alla Repubblica di Venezia, già indebolita da una lunga crisi economica e politica. Terminata l'occupazione, a Napoleone non piacevano le varie soluzioni locali e annullò tutto l'ordinamento precedente. L'intero Friuli, dal Livenza all'Isonzo, costituì un unico Distretto, governato da Udine da un generale di divisione francese, affiancato da rappresentanti locali. Il 17 ottobre 1797, a seguito del trattato di Campoformido, che previde la cessione all'Austria del Friuli, i francesi lasciarono il Friuli il 9 gennaio 1798. Il 6 febbraio 1798 il conte Wallis, comandante austriaco dell'Armata in Italia, proclamò, nuovamente, la soppressione di tutti gli organi di emanazione francese e ripristinò tutte le istituzioni esistenti prima del 1796. La situazione, già precaria dal punto di vista politico e sociale, diventò ulteriormente instabile e confusa. Naturalmente anche Montenars passò sotto il dominio austriaco. La nuova sconfitta dell'Austria però, da parte di Napoleone ad Austerlitz (2 dicembre 1805), rimise tutto in discussione e l'Austria fu costretta, il 26 dicembre dello stesso anno, con la pace di Pressburg, a cedere il Friuli ed il Veneto che vennero così a fare parte del Regno Italico di Napoleone.

     L'occupazione militare del Nord Est, da parte dei francesi invasori dell'esercito napoleonico, fu caratterizzata da continue azioni vandaliche: saccheggi, spoliazioni, profanazioni di chiese, saccheggi sacrileghi, stupri e uccisioni, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli paesi del Friuli e della Carnia. I francesi imposero, non solo nuovi Istituti, che andarono a sostituire i precedenti, come ad esempio il Codice Napoleonico, le nuove municipalità, l'obbligo di cimiteri recintati, l'abolizione del Luogotenente per un Capitano Provinciale, il catasto geometrico particellare, la scuola dell'obbligo, ma anche la soppressione di molti ordini religiosi, la confisca dei beni ecclesiastici, la coscrizione di leva obbligatoria, una fiscalità assai più esosa, tutti aspetti che esasperano grandemente gli animi della povera gente. Si diffusero in questi anni anche nei nostri paesi i principi anticristiani e in particolare anti-cattolici della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo, assieme a non pochi germi di anticlericalismo, certamente facilitati anche da singoli abnormi comportamenti di sacerdoti locali.

     Si andò affermando una sempre più intensa centralizzazione del potere, con l'istituzione del Prefetto, che restò immutata fini ai giorni nostri. Si costituì il Dipartimento di Passariano, che si estendeva dall'Isonzo al Tagliamento, con esclusione della Bassa, la quale faceva parte del Dipartimento dell'Adriatico. Il Dipartimento di Passariano comprendeva 7 Distretti: Udine, Latisana, Codroipo, San Daniele, Tricesimo, Gradisca e Tolmezzo.

     Montenars fu inserito nel Distretto dì Udine (I), Cantone di Gemona (V) ed aveva un totale di 1.192 abitanti, dei quali 791 nel capoluogo e 401 tra Flaipano e Pers. Il V° "Cantone" di Gemona (4500 abitanti), comprendeva anche e Comuni di Artegna (2213 ab.), quello di Buja (2350 ab.), il Comune di Ciseriis (228 ab.) che traeva a se Coja (369 ab.), Sammardenchia (262 ab.), Sedilis (676 ab.), Stella (271 ab.) e Zomeais (100 ab.), il Comune di Lusevera e quello di Magnano.

     Localmente vennero abolite le Vicinie, che venero fuse in un nuovo istituto, il Comune o Municipalità, che doveva essere costituito da almeno 3000 abitanti, con a capo il Sindaco (non più Meriga) direttamente scelto dal Prefetto, il quale designava anche i due Anziani che affiancavano il Sindaco ed i Consiglieri Comunali in base al censo (cioè alla propria capacità contributiva) di ognuno: coloro che non erano in grado di pagare le tasse non potevano ricoprire alcuna carica pubblica.

     Il 18 ottobre 1813, Napoleone venne sconfitto a Lipsia ed il vice-re d'Italia Eugenio si ritirò fino all'Adige, lasciando libero accesso agli austriaci che il 25 ottobre entrarono in Udine, guidati dall'Arciduca Carlo, che venne acclamato dal popolo come un liberatore dall'insostenibile giogo francese. Con il Congresso di Vienna (1814) avvenne la restaurazione e le monarchie europee ripristinarono lo statu quo, sotto l'abile regia del ministro degli Esteri austriaco, Metternich. Nell'aprile del 1815 finì un periodo incerto di interregno perché l'Austria proclamò il Regno Lombardo Veneto, con due capitali amministrative: Milano e Venezia. Gli amministratori centrali come quelli periferici (Delegati provinciali e Commissari distrettuali) erano di nomina imperiale. I Comuni di origine napoleonica furono ancora oggetto del controllo centrale, che imponeva periodici censimenti, statistiche, rilevazioni, liste di leva. Nel 1816, l'anagrafe venne affidata nuovamente ai Parroci, che divennero quasi dei funzionari governativi. I Comuni, inoltre, vennero suddivisi in Autonomi e Assistiti. Montenars rientrò fra i Comuni "Assistiti" per cui ad ogni atto era sempre necessaria la presenza dell'I.R. (Imperiale Regio) Commissario Distrettuale.

     Come Comune di III classe (cioè con una popolazione inferiore ai 3.000 abitanti che ammontavano a circa 1.200), non aveva il Consiglio Comunale elettivo ma solo il Convocato Generale, cioè l'adunanza dei capifamiglia, indetta al bisogno per discutere dei problemi, che si riuniva sotto il controllo del Cancelliere del Censo. Al posto della Giunta vi era la Deputazione Comunale, costituita da tre cittadini deputati ad amministrare il Comune sotto lo stretto controllo dell'I.R. Commissario Distrettuale che, a sua volta, era sotto la tutela dell'I.R. Delegato Provinciale: tutti questi funzionari erano di esclusiva estrazione locale, scelti dall'autorità austriaca in base al censo di ognuno. Il Primo Deputato aveva una sorte di primato sugli altri due. Questo impiego di elementi locali qualificati creò una burocrazia efficiente ed efficace che controllava tutto e voleva rendersi conto di ogni spesa, ma solo "a posteriori", chiamando così ciascuno a rispondere personalmente delle proprie azioni solo al termine del mandato o alla realizzazione di un'opera. L'Austria lasciò, pressoché inalterati gli ordinamenti napoleonici, mutò qualche nome (Distretto invece di Cantone), diede maggiore importanza ai Comuni Autonomi e restaurò alcuni privilegi. Ma soprattutto soppresse alcune imposte (tassa sul sale e sovraimposta fondiaria) e ne diminuì altre come "il focatico" (tassa sui nuclei familiari) ed il "testatico" (tassa individuale). Rinnovò anche il catasto fondiario, che venne accuratamente registrato.

     Nel 1815, venne aggregato a Montenars anche il Comune di Flaipano, al quale si aggiunse, nel 1819, quello di Pers. In questo periodo i due paesi, seppur molto piccoli, erano considerati "Comuni".

     Nel 1819, il Convocato Generale fu sostituito da un Consiglio Comunale che non disponeva, però, di ufficio proprio. Come gran parte del popolo friulano, anche i montenaresi restarono "indifferenti e sospettosi davanti ai fatti del Risorgimento Italiano. Ciò spiegò l'assenza in Friuli fino al 1848 (e successivamente fino al 1866) di qualsiasi episodio di insurrezione anti-austriaco. Tra i "Mille" di Garibaldi ci furono solo 20 friulani. Garibaldi stesso s'infuriò, nel 1866, contro i veneti e i friulani perché non si sollevarono spontaneamente contro gli Austriaci. Terminato il periodo di dominazione austriaca, con il plebiscito, di comprovate irregolarità il 21 ottobre 1866 Montenars aderì al Regno d'Italia di Vittorio Emanuele II di Savoia. In Veneto e Friuli, su una popolazione di 2.603.009 abitanti, votarono in 647.426 e di questi i contrari all'annessione furono solo in 69. Alla notizia della pace tra Austria e Italia, sancita a Vienna il 3 ottobre 1866, e della scontata annessione all'Italia, dal 21 ottobre 1866 in Friuli "non vi fu la più piccola traccia di manifestazione, come se si fosse trattato di una pace tra la Cina ed il Giappone" come confessò stupito e rammaricato Quintino Sella. Fu così che diversi beni e proprietà di appartenenza della Veneranda Chiesa di Sant'Elena e di San Giorgio di Montenars e di Santa Maria Maddalena di Flaipano vennero requisiti dal Regio Demanio e venduti all'asta a pubblici cittadini. L'istruzione, che era affidata fino agli inizi del 1900 ai parroci ed ai cappellani-maestri, passò alla competenza dello stato mediante la nomina di maestri abilitati che erano presenti in ogni Comune. La vita del Comune di Montenars durò inizialmente poco più di cent'anni, infatti nel 1928, con decreto regio del 10 ottobre, venne aggregato a quello di Artegna, con decorrenza dal 1 gennaio 1929.

     Quali furono le cause di questo provvedimento?

I- l'Amministrazione Comunale era in mano d'un individuo inadatto, debole, inetto, di ingegno molto limitato: certo Giovanni Fadini fu Leonardo, detto "Snaidar", innalzato a quel posto dalla sola tessera di fascista. La popolazione era gravata di tasse, il bilancio perennemente in deficit.

II - Gli individui più influenti del Comune compirono un passo inopportuno che venne male interpretato dall'Autorità superiore, con cui si chiedeva che il Comune di Montenars venisse aggregato a quello di Gemona, qualora avesse dovuto perdere la sua autonomia. Il lavorio intenso del Comune di Artegna, intenzionato per assorbire in sé Montenars.

     Dal giorno in cui Montenars venne aggregato ad Artegna, il povero ex Comune non ebbe altro che sfruttamenti e soprusi. Le strade, lasciate in completo abbandono, divennero quasi impraticabili; venne tolta un'insegnante per costringere i bambini di Montenars a recarsi a scuola ad Artegna; per qualche anno le tasse comunali che dovette pagare Montenars furono quasi il doppio di quanto pagava Artegna. L'incuria (o la cattiveria) di Artegna riuscì a far scomparire anche l'Archivio Municipale di Montenars che era molto interessante per i documenti antichi che racchiudeva. Quest'azione ebbe l'intento di togliere ai Montenaresi anche la minima velleità di ricostruire il proprio Comune.

     Dopo oltre 15 anni, invece, grazie all'energia di Don Francesco Placereani, del parroco Don Quagliaro e con l'appoggio esterno del Deputato alla Costituente, Onorevole Luciano Fantoni di Gemona, venne pubblicato il decreto Ministeriale, che autorizzava la ricostituzione del Comune di Montenars assieme a quelli di Terzo, di Fiumicello e di Corso di Rosazzo. L'entusiasmo popolare dei montenaresi andò alle stelle con la notizia positiva comunicata loro dall'Onorevole Fantoni; dopo un febbrile lavorio di preparazione il nuovo Ufficio incominciò regolarmente a funzionare il 1° febbraio 1947.

     L'avvocato Luciano Fantoni nacque a Gemona il 23 dicembre 1881 e fu un importante esponente del mondo cattolico. Nel 1907 fu eletto consigliere provinciale, quindi Sindaco di Gemona, ed infine Presidente della deputazione provinciale nel 1919. Durante il regime fascista fu  perseguitato, eletto Deputato Popolare venne dichiarato dal fascio decaduto. Nel dopoguerra fu Sindaco di Gemona dal 1946 al 1963; Deputato della Costituente e senatore di diritto. Morì a Gemona il 19 maggio 1967.

     I problemi del Comune di Montenars non finirono, però, con la sua ricostituzione. Infatti, l'Amministrazione Comunale, con il Sindaco Antonio Placereani, si trovò nella necessità di affrontare la soluzione di vari problemi di vitale importanza. Due grosse grane prevenivano dalle due frazioni più isolate. Flaipano reclamava, infatti, la costruzione di una strada che, percorrendo la valle del Zimor, lo collegasse a Tarcento, con l'intenzione, già chiaramente manifestata, di sottrarsi, dal Comune per aggregarsi a quello di Tarcento. Pers invece pretendeva l'impianto per la luce elettrica e la costruzione di una strada che la collegasse a Cesariis. Oltre a ciò, anche Montenars Capoluogo e S.Giorgio avevano l'urgente necessità di acqua potabile.

     Le finanze del Comune erano assai scarse ed il bilancio, nell'aprile del 1951, segnava un deficit di cassa di oltre quattro milioni di lire. La Tesoreria Consortile di Gemona si rifiutava perfino di pagare gli stipendi mensili agli impiegati del Comune. Unico rimedio a tanto disastro sarebbe stato l'aumento delle tasse comunali, ma l'Amministrazione non si sentiva di prendere un tale provvedimento per non attirarsi l'odio e la furia dei contribuenti; tanto più che i Consiglieri di Flaipano e Pers, già da diversi mesi, avevano rassegnato le loro dimissioni. Il Comune era ridotto in condizioni quasi disperate; ed a quel punto non rimaneva altra soluzione che le dimissioni dell'intera Amministrazione e la nomina di un Commissario.

     La scelta cadde sul dottor Eugenio Nicolella che era un valente funzionario della Prefettura di Udine. Dopo un profondo esame della situazione, pensò di procedere al risanamento del bilancio, apportando all'imposta di famiglia quegli aumenti richiesti dalla situazione e che potevano essere sopportati dai contribuenti. Le frazioni ribelli di Flaipano e di Pers non accettarono il provvedimento; ed, anzi, venuti a conoscenza delle difficili condizioni finanziarie del Comune, pensarono di approfittarne per provocare il loro distacco. Flaipano chiedeva l'aggregazione al Comune di Tarcento, mentre Pers a quello di Lusevera.

     Deceduto improvvisamente, il 28 ottobre 1951, venne nominato a succedergli nella carica il ragionier Giuseppe Brucoli, altro funzionario della Prefettura, uomo capace, volenteroso e dotato d'un tatto fine e delicato. Comunque, la Prefettura, sempre sobillata dai soliti intriganti, reclamava ancora lo scioglimento del Comune adducendo, non tanto le difficoltà finanziarie, a cui si era già in gran parte ovviato, quanto la discordia profonda esistente fra le frazioni, che faceva seriamente dubitare del suo avvenire.

     Il ragionier Brucoli assunse la carica affidatagli con le migliori intenzioni. Appena insediato, si mise con tutto l'impegno a risolvere i problemi rimasti in sospeso, a smussare gli attriti e a studiare i mezzi più opportuni per assicurare il mantenimento e l'integrità del Comune. Appoggiato e incoraggiato in tutte le sue iniziative dal Senatore Avvocato Luciano Fantoni, questo Commissario Prefettizio esplicò un'opera che rimarrà impressa in caratteri indelebili nella storia. Nel gennaio 1952, ottenne, dall'Ispettorato dell'Agricoltura, un contributo per la sistemazione della mulattiera Orvenco-Plazzaris ed un contributo a favore delle due borgate di Cretto, per la costruzione di un tronco di stradale, che le allacciasse alla strada comunale di Montenars. Questo contributo venne rifiutato dai borghigiani che reclamavano invece la costruzione della strada Valzimor -Tarcento. Il contributo venne allora assegnato a favore di Pers per la costruzione di una mulattiera che allacciasse la frazione con Vedronza. Provvide, inoltre, all'espletamento delle pratiche per la concessione di un mutuo governativo di L.3.500.000 per l'installazione dell'impianto elettrico e per fornire di acqua potabile Flaipano, riparando l'acquedotto già esistente. Ottenne, pure, il servizio di autocorriera Montenars-Udine e viceversa, inaugurato l'1 agosto 1952.

     Ottenne vistosi contributi dal Governo per sanare il deficit degli anni decorsi e portò il bilancio del Comune al definitivo e solido pareggio. Il 30 novembre 1952, in un'atmosfera quanto mai torrida, si tennero le elezioni amministrative che segnarono il trionfo delle posizioni campanilistiche e portarono alla direzione del Comune, in qualità di Sindaco, Alfonso Isola (Pain fu Michele), nipote del Vescovo Monsignor Francesco Isola.

     Come riportato dagli archivi parrocchiali, dal 1957 al 1962, nulla accade di straordinario in parrocchia. Da notare, soltanto, la continua diminuzione della popolazione locale, a causa dell'emigrazione. Non erano più soltanto gli uomini ad emigrare, ma anche le donne. Famiglie intere si trasferivano in Francia, Germania, Svizzera, Lussemburgo e in altri paesi, dove la manodopera era richiesta e ben retribuita. Montenars nel 1901 contava su 1.858 residenti scesi poi a 1.264 nel 1936, a 1.088 nel 1951, per giungere a soli 536 residenti nel 2001. In 100 anni la popolazione si è ridotta di oltre il 70%.

     A tutt'oggi la montagna, i prati che in passato venivano accuratamente sfalciati e rasati sono sempre più in uno stato di abbandono, coperti di cespugli e di erbacce. Causa la malattia importata dal Canada, i castagni sono ormai quasi tutti dissecati; e solo qualcuno pensa a sostituire il castagno con la piantagione di abeti e di larici.

     Nel 1959, in seguito al D.P.R. n. 59 del 14/01/1959, Pers venne definitivamente aggregata al Comune di Lusevera; e in seguito a ciò, vennero ridefiniti i confini territoriali fra i due comuni. Verso sud, il nuovo confine fra il Comune di Lusevera e quello di Montenars corrisponde all'incirca al corso del Torrente Vedronza; di conseguenza, molti dei suoi abitanti risultano essere proprietari di terreni ubicati oltre il torrente, sul pendio nord  del monte e quindi in pieno Comune di Montenars.

 

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