La parrocchia di Montenars

La parrocchia di Montenars

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Sin dal 1603, come per Flaipano, anche per Pers la parrocchia di riferimento fu quella di Montenars.

Soltanto nel 1846 passò a quella di Santa Maria Maddalena. Da quando quest’ultima non ebbe più a disposizione un Sacerdote dimorante in loco, Pers venne traferita alla Parrocchia di Pradielis e Cesariis, nella Forania di Tarcento.

Santa Maria Maddalena, che fu l'unica Parrocchia di origine slava nella Forania di Gemona, confinava a nord con Gemona del Friuli e la linea di spartiacque correva fra la vetta dei Monti Faeit, Vetta Ambruset, Monte Soroche Doline, Soroche Gjaline e Cuel di Lanis. A est, confinava con Lusevera, seguendo la linea che partendo dal Cuel di Lanis scende lungo il Rio Laschiplas, il Rio Drignizza fino alla confluenza col Torrente Vedronza. Da questo punto, il confine proseguiva fino all'innesto col Rio Stuba, quindi discendeva per un tratto quest'ultimo fino ad incontrare il territorio di Tarcento. A sud, il confine con il Comune di Tarcento era delimitato dalla linea che seguiva il Rio Stuba fino al Monte Stuba ed accompagnava poi la mulattiera che saliva a Flaipano, fino a quota 666 per poi scendere fino al Torrente Zimor. Seguiva il torrente fino alla confluenza col Rio Chiampeons per poi salire fino al Rio Modoledo. A ovest, il confine era segnato dalla linea che, da quota 641 del Monte Faeit, corre lungo il confine comunale di Gemona fino in prossimità del "Redentore" sul M.te Cuarnan. Seguendo la dorsale del Monte Cuarnan, scendeva a quota 1190, per poi seguire la linea dello spartiacque che unisce i Zuc di Miscele, Zuc di Cros, Zuc des Broules, Monte Chiastilirs, Rio Modoledo e Rianis fino al Torrente Zimor. Santa Maria Maddalena fu una "succursale" della Parrocchia di Montenars, che a sua volta dipendeva da quella senz'altro più vecchia di Artegna.

Le origini di Artegna sono molto antiche, infatti la cittadina fu abitata già in epoca preistorica ed ospitò un insediamento celtico. Il luogo ebbe una sua importanza strategica per la posizione dominante del Colle di San Martino, su cui si ergevano le strutture della chiesa titolata al Santo e del suo campanile divenuti simboli del paese, che controllava le aree sottostanti. La presenza romana nel territorio di Artegna è attestata da numerosi reperti archeologici come frecce, spille, vasi lacrimatori e numerose monete d'epoca imperiale che sono ora conservati nel museo civico di Udine ed in altri musei. C'è l'ipotesi che in epoca romana esistesse sul colle di San Martino una torre di sorveglianza. Nel 611 il luogo fu fortificato dai Longobardi durante l'invasione avarica per poi divenire una munita "arimannia". Al periodo longobardo e altomedioevale risale pure la chiesa di Santo Stefano in Clama. La maggioranza degli abitanti di Artegna sarebbero quindi stati degli arimanni longobardi, ma con il passare del tempo, assieme a loro, si insediarono altre famiglie di coloni friulani.

Artegna fu staccata dalla Pieve di Gemona diventando essa stessa Pieve, come risulta dal primo documento del 1190, che oggi viene conservato nell'archivio capitolare di Cividale. Fu un nucleo ecclesiale con la chiesa battesimale, posta sul colle di San Martino, che dava sede officiante fissa al Sacerdote responsabile della cura d'anime chiamato "Pievano" e ad altri religiosi incaricati del servizio liturgico nelle chiesette filiali. Al "Pievano" di Artegna spettavano i battesimi, i matrimoni e i funerali; e dato che per un certo periodo di tempo l'unico battistero ed il solo cimitero furono quelli della Pieve, questa diventò il punto d'unione anche per la comunità cristiana sparsa nelle ville vicine che era costretta ad accedere alla Pieve per i sacramenti essenziali e per tutte le altre solennità liturgiche più importanti.

Nel 1247 il Friuli udinese venne diviso in quattro Arcidiaconati: Superiore, Inferiore, Carnia e Cividale. La Pieve di Artegna, che comprendeva anche Montenars, venne inclusa nell'Arcidiaconato Superiore dove oltre ad Artegna c'erano anche Buja, Gemona, Nimis e Tarcento. La Pieve di Artegna era abbastanza estesa ed aveva giurisdizione su quattro castelli e dodici ville: Artegna, Zegliacco, Zeglianutto, Treppo Grande, Bueriis, Billerio, Prampero, Magnano, Longeriacco, Montenars, Flaipano e Sclavons. Quest'ultimo, secondo G.Baldissera, potrebbe essere rappresentato dai casolari di Pers e di Sgarban che erano abitati esclusivamente da famiglie slave. I castelli invece erano quelli di Rovistagno a Montenars, Prampero a Magnano, Zegliacco, e la rocca d'Artegna sul colle di San Martino.

In questo periodo si vennero meglio configurando i territori (Pivieri) delle Pievi, attraverso l'imposizione ai "plebesani" dell'obbligo di versare la "decima", cioè una tassa del 10% sui propri redditi, alla Pieve. Un quarto della stessa decima, "Il quartese", era riservata direttamente al Pievano, mentre il restante spettava al Vescovo ed in parte era devoluto per opere assistenziali e di culto. Questa tassa venne introdotta dal Re dei Franchi Pipino il Breve verso la metà del 'VIII secolo, e fu, per molti secoli, l'unica ad essere prelevata con una certa regolarità in tutta l'Europa Occidentale. Pipino III detto il Breve, nacque a Jupilie nel 714, da Carlo Martello al quale successe, come re dei Franchi dal 751 al 768. Era il padre del più famoso Carlo Magno. Questo permise in Friuli un'affidabile censimento dei fedeli di ogni Pieve che restò il punto di riferimento principale nella vita del tempo, dove si svolgevano battesimi, sepolture e liturgie.

Nel 1253 ci fu una movimentata ribellione di un signore feudale locale. Varnerio di Artegna, dopo aver abbandonato il campo patriarcale di Aquileia si mise al servizio del Duca Bernardo di Carinzia, usurpatore di vari feudi della Chiesa di Aquileia e fece parecchi danni in tutta la zona di Gemona. Il Patriarca Gregorio da Montelongo cercò di fermare Varnerio ma non riuscendoci acquistò dai fratelli Gleri un castelletto inferiore. Nel 1260 il Patriarca decise di assediare la fortezza di Artegna provocandole gravi danni, così da impedirle di riacquistare, in futuro, la principale funzione di difesa. Negli ultimi anni del 1200 i contadini arteniesi si rivoltarono ferocemente contro i signori del luogo. Indignati per l'abbattimento della chiesa di San Martino realizzata dai signori feudali per ragioni strategiche, i contadini devastarono tutto quanto trovarono davanti a loro con il desiderio di sopprimere il governo ed i privilegi dei nobili. Non contenti di ciò, trucidarono crudelmente i conti Godofredo, Giovanni e alcuni lori servitori confermando con ciò la verità dell'antica massima plebe. I nobili sopravvissuti si salvarono con la fuga. Dopo questa rivolta il nuovo Vicario Patriarcale riuscì a ristabilire la pace e l'ordine facendo abbandonare il castello alle milizie gemonesi, reintegrando i nobili nei loro possedimenti e facendo giustiziare i capi della rivolta. Risulta che, dopo quella sommossa, i nobili locali si dimostrarono più prudenti nei rapporti con la popolazione. La chiesa venne riedificata dalla popolazione nel 1303. Nel primo ventennio del XIV secolo Artegna fu più volte occupata dalle milizie del conte di Gorizia e gli arteniesi dovettero sottostare in quel tempo a nuove leggi e pagare nuove tasse e solo dopo il 1319 il castello ritornò in possesso dei patriarcali.

Ben presto però "la trascurata cura spirituale delle anime", dovuta alla distanza dalla Pieve di Artegna, e "le difficoltà di comunicazione", mossero lentamente i fedeli delle filiali di Montenars e Flaipano a richiedere una maggior autonomia religiosa. Già verso la fine del XIV secolo, le due comunità mandarono ai Superiori Ecclesiastici le prime suppliche per ottenere un sacerdote stabile che officiasse sul luogo: "Li Comuni di Montenars e di Flaipano, ville situate nei monti dell'altro Friuli, dipendenti dalla Pieve d'Artegna, Villa distante tre miglia circa, ove risiede un Pievano con due Vicari che esercitano la cura d'Anime anche in detti Comuni, implorano ... la situazione intersecata da orribilissimi Torrenti, per li quali in tempo di piogge, o di nevi, sono rese impraticabili le strade ai fedeli e al Pievano, per cui sono venuti vari inconvenienti di fanciulli morti senza battesimo, di adulti mancati senza sacramenti, di perdita di Messa nel dì festivo ecc". Altri malumori tra i capifamiglia sorsero anche a causa della corresponsione degli emolumenti annui, offerte e quartese su tutti i prodotti richiesti dal Pievano e dal Vicario.

Dopo lunghi litigi col Pievano, a metà del secolo XV, gli abitanti si rivolsero al Papa per avere un sacerdote residente in Montenars per la cura delle due "Ville" che "doveva essere pagato con i proventi che fino ad allora venivano trasferiti alla capofila Artegna". I montenaresi raggiunsero lo scopo, ma nonostante ciò non cessarono le liti col Pievano di Artegna. Sisto IV, nel 1475, dichiarò, che il Pievano avrebbe dovuto mantenere, a sue spese, un cappellano residenziale per la cura delle due "ville" o permettere ad esse di eleggerlo coll'onere di mantenerlo, ma libere dall'obbligo di pagare il quartese ad Artegna.

Una nuova sentenza del 1502 riconobbe che le due "ville" godevano, da lungo tempo, del "jus praesentandi" e ciò venne riconfermato nuovamente il 23 febbraio 1644. In un accordo tra i due contendenti, fu stabilito: "Che il Comune ed Huomini della detta Villa di Montenars, Flaipana, et Pers habbino libertà di eleggersi, com'hanno eletto per il passato, un R.do Sacerdote da essere presentato, ed confirmato nell'Officio Patriarcale e che il pievano di Artegna ceda le rendite che gli spettavano per quei luoghi". Ma nella trattazione del 12 maggio 1657, fu riaffermato l'obbligo del quartese al Pievano pur dando pieno riconoscimento al "giuspatronato". Il "giuspatronato", associato allo "Jus presentandi" ebbe origine nell'alto medioevo come manifestazione della gratitudine della Chiesa verso i suoi benefattori e l'elemento caratteristico, è quello della "presentazione", il diritto, cioè, di una o più persone, di presentare un Sacerdote all'autorità affinchè questa, con la "institutio", lo nomini all'ufficio. Questa possibilità, riconosciuta ai parrocchiani, durò fino al 1917 quando si vollero limitare i giuspatronati e il canone 1450 del "Codex Juris Canonici" proibiva di costruire per il futuro qualsivoglia patronato, mentre il canone 1451 raccomandava, agli ordinari, di esortare i patroni a rinunciare al proprio diritto in cambio di suffragi spirituali.

In un momento successivo, il Patriarca Daniele Delfino (1734-1782), concesse l'autorizzazione ai flaipanesi, "procuratori della venerata chiesa di Santa Maria Maddalena di Flaipano, villa di schiavi", a riparare la loro chiesa. E "questo sarebbe stato il vero mezzo per intraprendere e consolidare la pace desiderata fra queste parti da epoche antiche".

Il 27 febbraio 1798 Monsignor Pier Antonio Zorzi autorizzò l'erezione della chiesa di Plazzaris, dedicata ai SS.ti Vincenzo e Sebastiano. La volontà di costruire una chiesa propria, era dovuta al fatto che, gli abitanti di Plazzaris si sentivano come intrusi, tra i banchi, nelle funzioni che si svolgevano nella chiesa di Sant'Elena.

Fra gli anni 1858 e 1872 venne costruita la chiesa di San Giorgio Martire, sita in Montenars inferiore, grazie alla "pecunia et opere" degli abitanti delle borgate limitrofe e principalmente con la "pecunia" del signor Giuseppe Valzacchi detto "Catan" che abitava, in quel periodo, a Vienna. Giuseppe, figlio di Francesco e di Anzilutti Anna, nacque a Montenars il 18 luglio 1803 e ivi morì il 14 ottobre 1885.

Tornando più specificatamente alla parrocchia di Santa Maria Maddalena ricordiamo che nel 1842, venne nominato Cappellano di Flaipano, Don Giovanni Cerich, originario di Canebola, che però venne trasferito ad altra destinazione quasi subito. Dopo due anni, i flaipanesi chiesero un nuovo Cappellano in sostituzione del Cerich. "Le obbligazioni del Cappellano sono quelle comuni a tutti gli altri cappellani, cioè assistenza alle confessioni, agli ammalati, catechismo al popolo, dottrina ai ragazzi e tutto questo nella frazione di Flaipano ... Hanno convenuto meco i frazionisti suddetti, non esser necessario un Cappellano "schiavo", ma può bastare un semplice friulano, per non aver sempre difficoltà nel provvedere uno della propria lingua, e perché già tutti sanno parlare il friulano". Indicarono poi la paga prevista: "La residenza è in Flaipano, dove è stata eretta di recente bellissima e sanissima canonica con un piccolo orto". A quella data, la frazione di Flaipano contava 580 anime. Il documento era stato firmato dal Vicario sostituto di Montenars e da Don Candido Stella.

Flaipano fu sacramentale dal 1846 con eucaristia e battistero; e, da quella data, vennero compilati i registri della chiesa, cioè i registri delle nascite, dei matrimoni, dei morti e il registro delle anagrafi. Continuò, però, ad essere Cappellania dipendente da Montenars ed il Parroco veniva 20 volte all'anno a predicare e confessare. Nel 1851 il Cappellano di Flaipano, Don Mattia Stremiz, non passava i previsti "proventi di stola" al parroco di Montenars Don Paolo Celotti ed oltre a ciò, non faceva scuola ed inoltre era bugiardo e fannullone. Erano giudizi senz'altro pesanti, forse anche veritieri, ma servire soltanto 580 persone, molto assorbite dalle fatiche dei campi, non doveva essere un impegno da esaurire tutte le sue energie, specie se giovanili. I "proventi di stola" erano espressioni tecniche del passato, ormai in disuso. Il parroco era il legittimo titolare delle offerte per i battesimi (diritto di stola bianca) e per i funerali (diritti di stola nera). Entrambi i riti si dovevano svolgere obbligatoriamente nella parrocchia di appartenenza territoriale. Per molti parroci, di parrocchie particolarmente povere, i "diritti di stola" erano tra le entrate "avventizie"(occasionali) più importanti per sopravvivere.

Dal 1852, Cappellano di Flaipano venne nominato Don Domenico Biasizzo, originario della vicina Sedilis, Villa dove si parlava il dialetto slavo; ma anche questo Cappellano non risultò indenne da critiche. Infatti, il Parroco di Montenars individuò in lui il responsabile delle tensioni sorte tra la parrocchia principale e la filiale. Dopo aver ascoltato parecchie lamentele, il Parroco si chiese: "Dunque si dovrà cambiare ancora Cappellano? No! Perché nessun si trova ch'abbia il particolar dialetto schiavo, che incontri coi flaipanesi, come esso, specialmente fino ai 15 anni, perché dai 15 anni in poi tutti sanno il friulano e perché è forte ed instancabile in quei abissi". In questi anni la rendita del Cappellano era pari a 400 fiorini austriaci. Il fiorino era l’unità standard dell’impero asburgico e rimase in uso dal 1754 fino al 1892. 1 fiorino = 100 kreuzer.

Nel 1855, venne presentata dalla fabbriceria di Flaipano a Monsignor Luigi Trevisanato, che resse l'Arcidiocesi di Udine dal 1852 al 1862, la richiesta di poter dividere la chiesa di Santa Maria Maddalena di Flaipano dalla Parrocchia madre di Montenars. I conflitti fra Montenars e Flaipano continuarono perché anche Don Paolo Celotti - allora Parroco di Montenars - accusò il Cappellano di Flaipano di "mene e discordie: è troppo dedito alle acque vite ed al vino".

Nel 1856, la popolazione di Flaipano compilò il nuovo "contratto paga" per il proprio Cappellano, che venne sottoscritto da oltre 70 capifamiglia, con altrettante croci, eccetto tre che si firmarono regolarmente per esteso. I Cappellani del passato vissero ai limiti della sussistenza, come la maggior parte della popolazione ed in ciò risultarono davvero esemplari. Questa frazione, compattamente slava, isolata ed a contatto con una parrocchia friulana, continuò nell'uso del linguaggio familiare, anche se i rapporti sociali ne favorirono un plurilinguismo funzionale.

Nel 1864, Monsignor Andrea Casasola emise il decreto di erezione della nuova fabbriceria di Flaipano, separata da quella della Parrocchiale di Montenars. Nel 1875, vennero istruite la Santa Infanzia e la confraternita del Santissimo Sacramento. Dal 1898 al 1908, l'incarico di Cappellano fu ricoperto da Don Natale Eugenio Longo, di Forni di Sopra, che alla fine del suo mandato lasciò la comunità, per andare ad assistere i nostri emigranti in Austria e Germania, fino al 1914. Nel 1929 Don Longo diventò Canonico del Capitolo di Cividale, anche se soffriva di disturbi nervosi.

Dal 1909, venne nominato Cappellano Don Giovanni Franz, proveniente dalla vicina Stella; ed in questo periodo gli abitanti salirono a 803. Dalle annotazioni, in seguito alle visite pastorali, si apprende che il Franz asportò il Libro storico, vezzo non raro fra i preti che si vergognavano di quello che avevano scritto. Don Franz rimase a Flaipano fino al 1919, quando purtroppo anche lui venne allontanato per la sua discutibile condotta: "Franz fu già Vicario a Flaipano per parecchi anni donde fu dovuto allontanare per motivi morali di cui se ne risentono ancora colà le conseguenze" (così scrive in una lettera il Parroco di Montenars all'arcivescovo, il 15 giugno 1934). Alla popolazione però bastava che fosse "bravo di montagna" (lettera del fabbriciere di Flaipano nel 1933).

Dal maggio 1919 al dicembre 1922, si occupò delle Comunità di Flaipano e di Pers Don Luigi Poiana, in qualità di Vicario.

Per i soli mesi di gennaio e febbraio del 1923, si abbinò la presenza temporanea di Don Isaia Isola, che venne successivamente sostituito, dal marzo 1923 al novembre 1927, da Don Augusto De Marco, sempre in qualità di Vicario.

Per altri sette anni, dal dicembre 1927 al novembre 1934, la carica venne ricoperta da Don Ernesto Variola. "Don Variola fu di carattere un pochino timido, non battagliero, e la sua condotta fu equilibrata. Egli scansa i contrasti e procede con prudenza" (così si commenta in seguito alla visita pastorale del 1933). E' in questi anni che si iniziò prima a pensare e poi a costruire la chiesa di Pers. Su diretto interessamento di Don Variola, infatti, l'arcivescovo di Udine Monsignor Giuseppe Nogara, concesse l'autorizzazione per iniziare la sua costruzione.

All'epoca della visita pastorale del 1933, nella parrocchia di Flaipano, si contavano 851 abitanti, di cui presenti 621, 117 famiglie con oltre cinque componenti cadauna. Le nascite erano in diminuzione ma la popolazione in aumento di 49 unità e soprattutto la media di vita era migliorata. Gli emigranti temporanei erano 150 e quelli permanenti 70. I costumi erano generalmente buoni, anche se permanevano l'alcolismo (quantunque in diminuzione), e i balli nelle sagre e a carnevale. Non si registrava alcuna nascita di illegittimi. Concorso festivo era lodevole e riposo abbastanza scrupoloso. Uno solo non rispettava la Pasqua e due non venivano a messa. In famiglia si pregava il rosario con regolarità. Si vendevano soltanto due copie di Vita Cattolica. I battesimi venivano somministrati entro gli otto giorni. Le commissioni annuali ammontavano a lire 2.876. Dottrina con testo diocesano era regolare. I confratelli versavano di tassa annuale lire 3. Lo stipendio del Vicario era di lire 3.000.

Per circa un anno (dal dicembre 1934 all'ottobre del 1935), Vicario di Flaipano fu Don Elio Molinari, che giunse dopo varie peripezie da Percoto, dove fu considerato una bella seccatura per Don Giovanni Schiff. Lo Schiff accusa "alle superiori autorità ecclesiastiche" il suo cappellano "di suscitare ribellioni in parrocchia e la parte meno sana del paese fa causa comune con lui". Donne che frequentano la sua casa hanno minacciato querela per diffamazione tramite l'avvocato Massa, perché lo Schiff "proibiva al cappellano di accoglierle e di visitarle nelle loro case..."Propala cose che io non ho mai detto" e fece di ciò deposizione al vicebrigadiere. Il vescovo decise, in un primo tempo, di trasferirlo a Orsaria, ma poi, temendo una possibile sollevazione popolare, si decise a lasciarlo a Prepotto, per completare la convalescenza, in seguito ad un incidente dove riportò la rottura del femore.

A Don Elio succedettero due Delegati Arcivescovili: il primo fu Don Luigi Ciani, che ricoprì la carica dal dicembre 1935 all'ottobre del 1936 e fu poi sostituito da Don Giuseppe Grillo. Don Elio fu praticamente anonimo, infatti il suo fascicolo non riportò nulla di particolare, per cui svolgeva correttamente il suo ministero. Don Grillo nacque a Tarcento nel 1893, ordinato Sacerdote nel 1922, fu, in un primo tempo, Vicario di Avasinis dal 1922 al 1926, quindi Cappellano a Canal di Grivò fino al 1929 quando venne costretto a prendere il largo nientemeno che per l'Albania, dove fu Cappellano nel paesello albanese di Ruskull. Vi prestò assistenza pastorale per tre anni e mezzo con tanto sacrificio e molto zelo e quando rientrò, ritornò a disposizione della Parrocchia di Tarcento, dal 1934 al 1937, come Cappellano di Loneriacco.

I fedeli si lamentarono però del loro Cappellano, al quale fu conferito l'incarico nonostante le "disavventure con ragazze e roba ad Avasinis e a Canai di Grivò che determinarono il castigo che ne seguì". Anche dopo il castigo di oltre tre anni ora "si vantava ancora con ragazze poco di buono che aveva innamorata una ragazza sempre ascoltare la messa di lui, mai andar fuori prima di lui finora è giunto il scopo spiegandosi che a tanto innamorata". A Tarcento rimase per due anni, senza però confessare, e su di lui se ne dissero di cotte e di crude anche se Monsignor Camillo Di Gaspero cercò di difenderlo. Don Grillo istituì "Il Circolo della Gioventù" per ballare e divertirsi, organizzò cene in canonica ed inoltre fece lavori senza permesso. Diceva «siamo tutti fallibili» e così confessava d'aver sbagliato! Nacque l'ipotesi di spedirlo a S. Giorgio di Nogaro, ma il clero di laggiù s'inalberò (Ivi, 1 novembre 1936). Monsignor Di Gaspero si sorprese di questo atteggiamento e chiese se era un castigo il trasferimento del Grillo «Prego V.E. a voler sentire anche la mia parola in merito - ha la madre di ottantacinque anni e la famiglia povera».

Nel febbraio del 1937 giunse a Flaipano, ma già in maggio Don Leone Quagliaro, Parroco di Montenars, ebbe di che lamentarsi del suo comportamento con il Vescovo: «Le comunico - scrive a Monsignor Giuseppe Nogara- che per iniziativa di Don Grillo si sta costruendo a Flaipano una strada, ora denominata interpoderale, che allaccerà le borgate della Vicaria con Tarcento. A capo dell'impresa è realmente Don Grillo; però la mano d'opera a quanto si dice sarà gratuita essendosi le famiglie della frazione impegnate a lavorare gratis fino ad opera compiuta». Lo scopo principale dell'opera è quello di staccare Flaipano dal Comune di Artegna per passare con quello di Tarcento; «di ciò Don Grillo non fa alcun mistero». Di fronte a queste affermazioni, Don Grillo si difese dimostrando di avere il pieno consenso del podestà di Artegna e di non avere alcuna responsabilità economica né amministrativa, in quanto tutti i lavori erano gestiti dalla Società Civile "Val Zimor". La sua opera "è di unire la frazione di Flaipano alla società esistente e quindi proseguire la strada, già quasi finita al confine di Tarcento con Artegna, fino al Piazzale di S. Maria Maddalena- fra due anni sarà finita e la strada «comoda e pianeggiante segnerà l'inizio della vita economica per lo sfruttamento dei boschi e dei castani di questa povera e abbandonata frazione". La nuova strada permetterà di raggiungere Tarcento in soli sette km, mentre la precedente per Artegna aveva una lunghezza di tredici chilometri ed inoltre era più disagiata e pericolosa. Il sussidio governativo garantiva il 33% della spesa. Per poter continuare i lavori, venne organizzata anche una sottoscrizione di lire 1.000 fra la popolazione e vi parteciparono anche gli emigranti. La popolazione era molto generosa con Don Grillo, ma si devono ancora segnalare lire 200 di deficit all'anno mentre i debiti ammontavano a lire 10.000.

Don Grillo venne considerato uno dei tanti sfortunati e zelanti Sacerdoti, impegnati nel sociale che negli anni "venti" dettero fondo alla loro fantasia imprenditoriale per la promozione del suo popolo, ma si imbattè nell'infelice decisione mussoliniana della quota 90 che disastrò tutte le iniziative di base, sfiancando personalità generose, ma finanziariamente sprovvedute. Don Grillo diede fondo non solo ai mezzi propri, ma anche a quelli del fratello, dilapidando, per coprire i debiti inopinati, i beni familiari. Che la sua non fosse una stravaganza, ma un programma per nulla solitario, fu indicato dall'acquisto di una motoaratrice che a Loneriacco, con altri imprenditori locali, avrebbe dovuto meccanizzare l'agricoltura della zona. L'iniziativa ebbe poca fortuna, forse anche per l'invidia dei tradizionalisti. Il progetto della strada Flaipano-Tarcento - in alternativa a quella per Artegna - rientrava nel desiderio di modernità e di sviluppo ma sollecitava l'invidia del confratello, alla stregua dell'invidia degli agricoltori di Loneriacco. Le «ragazzotte» non erano che il contorno degli invidiosi che così volevano distruggere ogni prospettiva di promozione sociale, grazie ad un clero intraprendente!

Don Grillo nel 1941 chiese il permesso di partire, come cappellano militare, ma Nogara, però, gli chiese di presentargli un supplente e quindi fu costretto a rimanere ancora a Flaipano. Nel 1943 si registrò l'iniziativa di trenta donne di Flaipano che scesero a Udine per chiedere il trasferimento del vicario con le seguenti motivazioni :"si è impossessato della latteria prendendosi formaggio, latte e burro a discrezione; ha elevato il suo stipendio da lire 24 a lire 40 per famiglia; non fa il suo dovere specie la dottrina; non celebra la messa a Pers; le donne sono irritate per il suo comportamento, spavaldo e provocante. Intimano al Vescovo il suo trasferimento ed in caso contrario non intendono più pagarlo".

In questo periodo però la vita di Don Grillo venne coinvolta anche nell'epopea partigiana. Sul Libro storico di Montenars si legge: Anche a Flaipano s'era formato un battaglione di questi partigiani, elementi nella massima parte estremisti...; la loro presenza fu causa di molte pene, di molti dolori, di molti crudeli rappresaglie da parte del nemico invasore contro le popolazioni inermi; in loco ci sono molte spie: persone abiette." Per contrastare questi partigiani, giunse in paese un plotone di soldati croati, che presto vennero sostituiti dai russi, perché si diceva che quelli avevano fatto causa comune coi partigiani (7 dicembre 1943, p. 85)". Infine a Flaipano il 13 dicembre 1943, giorno di Santa Lucia, i tedeschi in forze e ben armati fecero irruzione nel territorio di Flaipano, mettendo in fuga i partigiani. Ne uccisero due lasciandoli insepolti, diedero fuoco ad un'abitazione ed arrestarono una ventina di uomini che deportarono a Tarcento. Entrati nelle case, i tedeschi sequestrarono ed asportarono oggetti di vestiario che vendettero poi ai civili. Il Vicario Don Giuseppe Grillo venne arrestato a Tarcento e poi condotto a Udine. A Tarcento, oltre a Don Grillo c'erano anche 20 uomini di Flaipano che fortunatamente vennero poi liberati (13 dicembre 1943).

Monsignor Nogara scrisse alla Segreteria di Stato, per mezzo di un Sacerdote che si recò a Roma per studi, e comunicò la morte di Don Cormons, ucciso dai tedeschi, gli arresti di Monsignor Alessio di Nimis (13 dicembre 1943) e di Don Giuseppe Grillo, vicario di Flaipano (14 dicembre 1943). «Purtroppo questo (Grillo) deve aver dato qualche appiglio all'accusa. Si parla di «ribelli» ed è ostile ai tedeschi - anche il clero è di tale sentimento- e c'è chi mi fa pressione, perché io dica una parola a favore del P.F.R.. Ma io cerco di tenermi al di fuori di ogni partito. Grazie a Dio da nessuno sono mal visto. Ciò che purtroppo impressiona è il diffondersi del comunismo».

Da successiva comunicazione, si venne a sapere che Don Grillo, a gennaio, era ancora rinchiuso in carcere e che solo a maggio il generale Rainer graziò due sacerdoti - affidandoli all'arcivescovo che li sistemò in seminario agli arresti domiciliari - ed uno dei quali doveva essere proprio Don Grillo. Dalla disavventura bellica uscì però con una decorazione inglese: due croci di guerra e una medaglia d'argento. Dunque fu un uomo che non sciupò la sua vita ne' di prete, ne' di cittadino. Nel 1945 fu Economo Spirituale di Lovaria ed una sua dichiarazione sembrava confermare un reinserimento "normale": "Prometto di continuare nella più scrupolosa fedeltà a compiere il mio dovere ed a sacrificarmi per il bene delle anime". La madre era cieca. Finì la sua vicenda come Parroco di Barazetto e morì il 16 aprile 1963. LS Montenars, «testo postbellico, ma su note precedenti» (MORETTI, 1984, p. 509) di Don Leone Quagliaro, p. 79.

Monsignor Monai citava Don Grillo ad elogio fra i Preti benemeriti della Resistenza: "Don Giuseppe Grillo, con altri, carcerato tra carcerati, compì opera di autentico missionario, diresse evasioni (dai treni), organizzò sabotaggi alla polizia tedesca». Riconobbe inoltre che "Don Grillo di Flaipano, accusato di favoritismo ai primissimi partigiani, si meritò la clausura per nove mesi nelle carceri di Udine, ove funzionò provvidenzialmente da direttore spirituale dei soci di clausura" (MORETTI 1984, p. 509 n. 9)

In occasione della visita pastorale del 1940, gli abitanti di Flaipano e Pers erano 872, in aumento di 21 unità rispetto al 1933. Gli emigranti temporanei erano 211 mentre quelli che si erano stabilizzati all'estero erano 116. Le domestiche erano 72. "I genitori si curavano più dello stipendio che della morale". Era ancora abbastanza diffusa la bestemmia e l'ubriachezza. Due famiglie non festeggiavano la S. Pasqua ed in Pers, alcune famiglie lavoravano anche nei giorni festivi. Si svolgevano regolarmente balli privati, specialmente a Pers, anche durante il periodo di quaresima. Controllo delle nascite: "qualche caso specie dai rimpatriati dalla Francia". Odi e vendette. Le "Vita Cattolica" vendute erano quindici. In cinque anni si erano verificati tre casi di figli illegittimi.

Dal gennaio 1944 all'ottobre 1953, si occupò delle anime di Flaipano Don Giuseppe Comuzzi (Bepi Panzon) che, dal novembre 1953 fino al febbraio 1963, venne sostituito da Don Luigi Bellaminutti. Don Luigi assunse l'incarico in qualità di Vicario per soli due mesi, per essere poi nominato Parroco.

Dal 1963 al 1970, la carica fu ricoperta da Don Tullio Quagliaro, ultimo Parroco residente a Flaipano. Dal 1973 al 1977 officiava Don Gerado Fant prima di passare a Ciseriis.

Dal 1977 in poi, le varie funzioni religiose venivano celebrate da diversi Parroci, provenienti dai paesi limitrofi e specialmente da Montenars.

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